Atletica
di Andrea Mazzucchi
L'operatore dell'Anffas che mi ha insegnato ad andare a cavallo, sostiene che il mio scopo nella vita sia quello di fare sentire handicappati gli altri. Mi piace, in effetti, il ruolo di Davide contro Golia; mi diverte sorprendere i più dotati di me, i "normodotati", con il mio 110 e lode all'università, umiliare la loro intelligenza battendoli a scacchi, oppure descrivendo le funzioni del programma contabile approntato per la mia azienda. Arrivo quasi al piacere fisico nel vedere vacillare la presunzione di incalliti giocatori di bocce, o nel costringere la mia allenatrice a seguirmi in bicicletta, ma raggiungo l'apice del compiacimento nel voltarmi a guardare in volto i podisti che riesco a superare, mentre un amico (della mia stessa risma), imita per loro il suono delle campane a morto.
Non sempre è stato facile essere compreso per questo mio agonistico modo di vivere, ma, in palestra da qualche tempo, tace la signora che mi raccomandava di andar piano, poiché avrei sudato, e, sui percorsi delle corse podistiche la gente mi riconosce, mi apprezza, mi incita; alcuni tentano di reagire, stuzzicando, ahiloro, la mia irriducibile passione per la competizione. Pur andando a migliorare le generali condizioni fisiche, la potenza aerobica e muscolare, la mobilità articolare, etc., non considero lo sport agonistico una terapia in senso stretto, ma, piuttosto, uno stimolo a spostare in avanti i miei limiti, sopratutto quelli annidati nelle mie paure e nella miopia di chi non vede le mie capacità.
Se non posso "curare" la mia lesione cerebrale, posso, tuttavia, tentare di conservare il più a lungo possibile quelle autonomie di base così faticosamente conquistate, affinare ed aumentare le mie competenze, fino a rendere il mio corpo adatto a quello che, si presume, sia lo scopo della mia vita.
Non sempre è stato facile essere compreso per questo mio agonistico modo di vivere, ma, in palestra da qualche tempo, tace la signora che mi raccomandava di andar piano, poiché avrei sudato, e, sui percorsi delle corse podistiche la gente mi riconosce, mi apprezza, mi incita; alcuni tentano di reagire, stuzzicando, ahiloro, la mia irriducibile passione per la competizione. Pur andando a migliorare le generali condizioni fisiche, la potenza aerobica e muscolare, la mobilità articolare, etc., non considero lo sport agonistico una terapia in senso stretto, ma, piuttosto, uno stimolo a spostare in avanti i miei limiti, sopratutto quelli annidati nelle mie paure e nella miopia di chi non vede le mie capacità.
Se non posso "curare" la mia lesione cerebrale, posso, tuttavia, tentare di conservare il più a lungo possibile quelle autonomie di base così faticosamente conquistate, affinare ed aumentare le mie competenze, fino a rendere il mio corpo adatto a quello che, si presume, sia lo scopo della mia vita.


